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Pineta di Cesate - Sito IT2050001

Cesate

L’area in questione è compresa tra i Comuni di Solaro, Cesate, Garbagnate Milanese ed è inserita completamente (come anche l’altro adiacente ma non collegato SIC “Parco delle Groane”) all’interno del Parco Regionale delle Groane, istituito nel 1976. 

Pertanto l’area è gestita congiuntamene dal Consorzio dei Comuni aderenti, dal Comune di Milano e dalla Città Metropolitana di Milano. Inoltre dal 1984 il Parco delle Groane, di cui l'area fa parte, è dotato di un Piano di Coordinamento Territoriale che disciplina l’uso delle aree e ne gestisce i piani di intervento per la conservazione.
All’interno del sito in questione, come elemento di particolare pregio, è presente un biotopo sottoposto ad un maggior grado di tutela: si tratta dello Stagno Manuè, incluso anche in un Progetto Life Natura (1996) .

L’area del SIC si trova in un tessuto paesaggistico di matrice agricola (confine est) e urbano-industriale (confini nord, sud, ovest).
Il suolo della Pineta di Cesate è di tipo ferrettizzato, impostato su substrato fluvio-glaciale mindelliano, con un impasto mediamente pesante e un grado di lisciviazione accentuato (Banfi, 1982), che causa da un lato un forte ristagno d’acqua, dall’altro un impoverimento di sali minerali che consente la sopravvivenza solo di specie oligotrofe.
Solo in rare zone il suolo è più arricchito, con un humus migliore.

Il clima appartiene al tipo C della sottoregione ipomesaxerica, secondo la classificazione di Tomaselli, Filipello e Balduzzi (Banfi, 1982): vi sono picchi di piovosità primaverile e autunnale e moderata siccità invernale ed estiva.

Dal punto di vista vegetazionale il sito è caratterizzato da cenosi boschive, con boschi misti di latifoglie, aree a brughiera basso arbustiva, prati igrofili, con crescita soprattutto di Molinia arundinacea, campi coltivati, soprattutto nella porzione sud del sito, una piccola zona umida (lo Stagno Manuè) e aree in fase di rimboschimento.
All’interno della zona sono inoltre presenti numerose ville, soprattutto lungo la strada pedonale che taglia in senso est-ovest il bosco.

 

VEGETAZIONE, FLORA ED ECOSISTEMI

Nonostante il contesto territoriale complessivo presenti forti elementi di degrado dal punto di vista ecosistemico, la pineta conserva, almeno parzialmente, alcune interessanti caratteristiche di seminaturalità.
Di seguito vengono riportate le tipologie vegetazionali: in primis quelle inserite come Habitat della Direttiva 92/43, poi le altre tipologie escluse dalla Direttiva, ma comunque ritenute significative.

Sono state riscontrate due tipologie principali:

- Bosco meso-acidofilo (HABITAT 9190)
- Brughiera (HABITAT 4030)

HABITAT 9190: vecchi querceti acidofili delle pianure sabbiose con Quercus robur
Il bosco misto di aghifoglie e latifoglie è costituito principalmente da querce, betulle e pini silvestri. Tale vegetazione è tipica dei suoli ferrettizzati impostati su substrato fluvio-glaciale mindelliano.
Dal punto di vista fitosociologico si può quindi attribuire tale cenosi boschiva all’ordine Quercetalia roboris Tux.31, tipica di questi suoli.
Il bosco è caratterizzato, soprattutto nella parte nord e centrale, da consorzi misti di farnia (più raramente rovere o ibridi tra le due), betulla, pino silvestre nello strato arboreo e da Frangula alnus, Cornus sanguinea in quello arbustivo. Alcune aree sono inoltre caratterizzate dalla presenza, in alcuni casi codominante, di Populus tremula, altra specie caratteristica dei pino-querceti acidofili di pianura.
Lo strato erbaceo ha una presenza costante di Molinia arundinacea dominante, a cui si aggiungono Agrostis tenuis, Pteridium aquilinum e alcune esotiche, tra cui Phytolacca americana e Solidago canadensis. Come si può notare il corteggio floristico è piuttosto povero, proprio in seguito al tipo di suolo.
Il bosco acidofilo rappresenta lo stadio evolutivo finale derivato dall’abbandono della brughiera, vegetazione arbustiva con una ecologia molto delicata, illustrata più avanti.
Per questo motivo alcuni elementi tipici della brughiera si ritrovano anche nel bosco: la stessa molinia, la frangola e, in alcuni casi, il brugo (Calluna vulgaris).
All’interno della pineta si ha comunque alternanza di cenosi a livello fisionomico: in alcuni casi prevale il bosco misto di aghifoglie e latifoglie descritto sopra, in altri si hanno consorzi di farnia dominante nello strato arboreo e di aceri, frangole, noccioli nello strato arbustivo. Ciononostante si può ritenere che le due tipologie siano assimilabili o, più propriamente, che la cenosi in cui manca il pino silvestre sia una evoluzione naturale del bosco misto.
Altra fisionomia che si alterna a quella prevalente è il bosco con dominanza di pino silvestre in cui il sottobosco è costituito in modo praticamente esclusivo da Molinia arundinacea: l’estrema povertà floristica è da attribuirsi proprio alle condizioni poco favorevoli del substrato.
Le zone in cui maggiormente si rinviene la tipologia più ‘matura’ (con prevalenza di farnie) sono: la parte sud ovest e quella nord est. Piccole aree si rinvengono a macchia anche nella parte centrale.

HABITAT 4030: lande secche europee
La formazione della brughiera è dovuta alla naturale oligotrofia del suolo, ma è mantenuta dall’intervento di disturbi naturali (incendi) e antropici (tagli selettivi, pascolamento degli ovini).
Tale cenosi si presenta fisionomicamente come una landa a dominanza di brugo (Calluna vulgaris), in cui si stabiliscono anche le ginestre (Genista tinctoria, G. germanica), la frangola (Frangula alnus) e, a livello erbaceo, Molinia arundinacea, Potentilla erecta, Carex pilulifera, C. flava, Festuca filiformis, Teucrium scorodonia.
Si sottolinea inoltre la presenza delle rare Gentiana pneumonanthe (erbacea) e Salix rosmarinifolia (arbustiva).
In generale si può affermare che il corteggio floristico della brughiera rispecchia la posizione evolutiva che occupa a livello fitosociologico. L’intrusione di specie a livello arbustivo di Pinus sylvestris, Quercus robur, Populus tremula, Betula pendula, Frangula alnus rappresentano la tendenza della cenosi ad evolversi come bosco acidofilo, mentre la presenza di Molinia arundinacea, Teucrium scorodonia (molto raro per la verità), Juncus spp., fa riferimento allo stadio precedente della brughiera: il prato igro-oligotrofo.
In definitiva nella maggior parte dei casi la brughiera risulta ben conservata e la presenza di specie arboree è quasi inesistente (porzione sud del sito). In altri si rinviene una brughiera arborata, in cui betulle, pioppi tremoli e pini silvestri occupano lo strato alto arbustivo con altezze che in media non superano i 5 metri e con coperture discrete (porzione centrale del sito).
In alcuni casi ancora non si riscontra una brughiera vera e propria, poiché manca quasi completamente il brugo che è l’elemento caratterizzante, ma un prato igrofilo in cui si ha dominanza di molinia e di diverse specie di giunchi. La presenza sporadica di frangola, Potentilla erecta, Salix rosmarinifolia e ginestre permette tuttavia di considerare questa cenosi come una variante meno evoluta della brughiera stessa.

Altre tipologie vegetazionali significative
Le aree boscate maggiormente degradate sono le fasce che bordano il sito: il perimetro corrisponde al termine esatto del bosco, tagliato da strade e dalla recinzione di fabbricati. In tale contesto è quindi plausibile l’intrusione di esotiche arboree quali la robinia, la quercia rossa e il ciliegio tardivo.
In generale questa tendenza si osserva anche lungo le fasce boscate parallele alle strade interne che tagliano in porzioni nette il sito stesso. Alcune abitazioni private all’interno della pineta contribuiscono alla circolazione di specie esotiche e al costante disturbo da parte dell’uomo.
Nella porzione a sud sono presenti piccoli relitti boscati che bordano i campi coltivati, ma nella maggior parte dei casi si tratta di robinieti destrutturati di scarso valore naturalistico.
Si sottolinea inoltre la presenza del piccolo Stagno Manuè, che è stato inserito nel 1996 all’interno dei Progetti Life della Comunità Europea per il suo ripristino e mantenimento.
Tale biotopo si è formato in seguito ad una depressione in cui si ha periodicamente ristagno di acqua durante l’anno: nei mesi di maggior siccità infatti lo stagno è completamente secco.
Sono state rinvenute in studi di campo precedenti (AA.VV.,1995) alcune specie interessanti dal punto di vista conservazionistico: gli sfagni, tra cui Sphagnum auriculatum, altrove in pianura ormai scomparso, Utricularia vulgaris (nella parte centrale dello stagno), Eleocharis carniolica e Salix rosmarinifolia.
Accanto allo sfagneto che costituisce la fascia più esterna dello stagno, si ha un prato igrofilo caratterizzato da Molinia arundinacea, Juncus bulbosus, J. conglomeratus, mentre all’interno si ha un tifeto in cui domina Typha latifolia e si trovano Glyceria fluitans e Carex vesicaria. Queste ultime due specie non sono state osservate direttamente nel corso delle osservazioni di campo, dato lo stadio vegetativo estremamente avanzato (agosto 2003).

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