Bramante nel suo Tempo

Santa-Maria-presso-San-Satiro

 Architecto doctissimo   (Tratto dal saggio di Carlo Bertelli)

(…)La poliglossia di Milano era forse lo scoglio maggiore contro cui urtavano poeti e letterati milanesi che si accingevano a scrivere nella lingua di Dante e di Petrarca. La lingua lombarda antica è considerata dagli esperti "lingua composita e ibrida" e fatalmente portata a "essere incolore e impersonale" con il risultato di una poesia "fredda e fiacca", una lingua che viene oggi classificata come "una delle tipiche espressioni linguistiche delle koiné non toscane sullo scorcio del Quattrocento, appena prima del pieno e trionfante riconoscimento del volgare "tosco" come sola lingua letteraria

(…)La città e il ducato erano percorsi da un'ansia di cultura moderna, che, sull'esempio di quanto aveva già fatto Ferrara e stava facendo Urbino, non poteva non essere di stampo fiorentino

(…)Al grande pioniere nella storia della stampa, Humphreys, apparvero degni di nota due aspetti tipici della produzione milanese: the spirit of association, che peraltro si riscontra in tutto ciò che si realizza in quest'epoca a Milano, anche in architettura e in pittura, e the great number of eminent scholars who became correctors of the press. I segni di correzione delle bozze tuttora in uso, notava ancora lo studioso inglese, ebbero origine a Milano.(…) Purtroppo, come il verso dei poeti lombardi spesso s'intorpidiva nell'aggravio di forme latine e di ricercati effetti letterari, così anche le fabbriche perdevano la schiettezza di volumi con cui erano state pensate e allora i rilievi dell'Amadeo venivano a ingentilire la facciata di San Satiro o a far scomparire sotto il colore e gli ornati preziosi la mole della tribuna delle Grazie. (…)

Dante Isella ha dimostrato la prontezza con cui Bramante era riuscito a far sue espressioni lessicali del tutto milanesi, ma i compagni verseggiatori ammiravano specialmente la sua sicurezza tecnica. "Fu Bramante persona molto allegra e piacevole, e si dilettò sempre di giovare a' prossimi suoi. Fu amicissimo delle persone ingegnose, e favorevole a quelle in ciò ce e' poteva", racconta Giorgio Vasari. Forse proprio per queste doti non aveva tutti amici.

(…)Giorgio Vasari racconta anche che Bramante "dilettatavasi della poesia, e volentieri udiva e diceva in proviso in su la lira, e componeva qualche sonetto, se non così delicato come si usa ora, grave almeno e senza difetti"18. Non era, secondo il giudizio del Vasari, un petrarchesco, ma il ricordo che di lui si tramandava lo poneva in compagnia della non scarsa schiera di poeti milanesi,

(…)Gli affreschi di casa Panigarola sono un punto centrale per comprendere il nesso di cultura in cui si trovava a operare Bramante. Poiché veniva da Urbino, aveva conosciuto una corte nella quale la musica e la poesia erano tenute in grande onore, tanto che anche il pittore di corte, Giovanni Santi, si era fatto poeta, ma quanto un'educazione urbinate facesse parte del bagaglio che Bramante portò con sé a Milano, è ancora un difficile quesito. (…)

Se Bramante fu a Bologna, prima di recarsi a Bergamo e a Milano, è probabile che entrasse in contatto con Ginevra, moglie di Giovanni II Bentivoglio e sorella di Battista Sforza. Il soggiorno a Bologna poté in ogni caso fargli conoscere la pittura monumentale del Cossa e contribuire a immettere nella sua pittura quell'elemento ferrarese che la critica ha da sempre sottolineato. Ma sappiamo troppo poco sul Bramante preromano per dire che cosa lo spingesse a una vita errabonda.(…) Nel 1477 Bramante era a Bergamo,e in seguito, finalmente a Milano, ebbe commissioni probabilmente dal comune, per gli affreschi sulla facciata d'una casa in piazza dei Mercanti, e, come artista autonomo e non allo stipendio del duca, di privati cittadini. Gli affreschi che eseguì per loro confermano nei soggetti il tono alto di una committenza colta o che, almeno, tale vuol sembrare.

Se per Leonardo il "paragone" è fra pittura e scultura e fra pittura e scrittura, per Bramante si profila come un confronto fra pittura e architettura. Dalle notizie raccolte, Bramante appare dentro un giro intellettuale raffinato, quello che costituirà la clientela per il suo grande allievo Bramantino, al quale saranno richiesti soggetti antichi inusitati, dalla celebrazione di eroine liviane fino alla prodigiosa invenzione degli arazzi Trivulzio.

Il favore di schemi bramanteschi nell'illustrazione del libro popolare può rivestire un certo interesse per chi studi la formazione di una mentalità nella Milano del tardo Quattrocento e degli inizi del secolo seguente.

La corte sosteneva a Milano un'autentica "politica del libro". Ovviamente non al livello dei libri a stampa di facile consumo, anzi con toni sostenutissimi. Il codice purpureo a lettere d'argento con le rime del Visconti per Beatrice d'Este e l'altro, ugualmente prezioso, di Vienna, per Bianca Maria sono emblematici di questo impegno, degno di una corte che possedeva una delle più splendide biblioteche d'Europa.

Si può insomma, incominciare a ricercare una politica dell'immagine, sotto Ludovico il Moro, che investe campi diversi di comunicazione. Tale politica si affiancava alle rime propagandistiche del Bellincioni e di Antonio Cammelli, con autocelebrazioni della città di Milano che sono rimaste il fondamento dell'encomiastica quotidiana tuttora (Cametti: "Millan famoso è una città bellissima, / forte fortezza e superbi abitacoli, / le chiese belle, gli templi e gli oracoli,/ nobil, di stirpe nobil, nobilissima;/ fertile, copiosa, opulentissima …").

Illuminate è il quadretto notato da Carlo Dionisotti nella descrizione della corte di Milano che emerge dalla Divina proportione, di Luca Pacioli, offerta dall'autore al Moro nel 1498: " accanto al duca e a Galeazzo Sanseverino, sono filosofi e teologi, medici e astrologi, gli 'architetti e ingegneri e di cose nove assidui inventori'

Noi possiamo soltanto approssimarci al mondo di un Leonardo o di un Bramante inseguendolo sulla pista delle parole, purtroppo in questo caso inefficaci.

 

Cupola IncoronataPolitica, economia e società nel ducato di Milano alla fine del Quattrocento (Tratto dal saggio di Giorgio Chittolini)

Lo scorcio del Quattrocento vide Milano colpita da una grave tempesta politica. Non era la prima volta, nel corso del secolo: tali crisi erano state conseguenza di fatti gravi per la storia di tutta la penisola italiana, segnali di uno scarso e solo parziale radicamento delle dinastie viscontea e sforzesca nella società milanese e lombarda, tanto che ogni passaggio del bastone del comando non aveva mancato di suscitare inquietudini, fremiti, sguardi rivolti ad altri possibili signori. La situazione si ripeteva, più grave, al cadere del secolo. (…)

Negli anni settanta del Quattrocento, in verità, si era delineato il tentativo di affermazione piena dell'autorità del duca Galeazzo Maria Sforza, ma nel giro di pochi anni, si era anche manifestata l'irrealizzabilità del progetto, per le forti resistenze che esso incontrava. (…)
Milano nel tardo Quattrocento avvertiva il disagio di essere non una città 'dominante', come lo erano Firenze e Venezia, ma semplicemente la residenza di una dinastia che governava un grande organismo politico: una dinastia che nei confronti della società milanese, e delle grandi famiglie, oscillava fra la diffidenza e la condiscendenza,(…)

È significativa l'assenza, a Milano, di istituzioni politiche urbane - consigli, assemblee, uffici, magistrature - che altrove, in Italia e in Europa, davano voce propria ed espressione alla società e alla vita politica delle città e che essa sia rimasta priva di una grande piazza centrale, luogo che negli altri centri municipali, fra l'età comunale e l'età spagnola, era il punto focale della vita sociale e politica urbana. (…)

In effetti, nello scorcio del Quattrocento come in altri momenti della storia ambrosiana, le difficoltà che lo stato lombardo incontrava come grande organismo politico non incisero più di tanto sulla vita, urbana e rurale, del ducato. Quegli anni di crisi politica vedevano la fioritura di una società milanese e lombarda dal punto di vista così dell'economia come dell'attività artistica e culturale. (…)

Milano aveva una popolazione che, nello scorcio del Quattrocento, doveva avvicinarsi ai centomila abitanti - e ne faceva quindi una delle principali metropoli europee. Intorno alla città vera e propria - non ancora cinta di mura, ma di fossati e terrapieni - si estendevano vasti sobborghi, dove dimoravano, accanto ad artigiani e contadini, anche poveri, e vagabondi, ma anche vie e strade illustrate da chiese, palazzi, dimore di artigiani abbienti, di gentiluomini.(…)

sistenza demografica era sostenuta dalla grande abbondanza di vettovaglie e di beni d'ogni genere, che venivano assicurati da una agricoltura in grande sviluppo - forse la più avanzata d'Europa - grazie al diffuso sistema di avvicendamenti che aumentava la produzione di cereali e offriva nel contempo erba e fieni per l'allevamento del bestiame. La città era inoltre un centro artigianale e mercantile di grande rilievo. Più artigianale e manifatturiero, forse, che mercantile e finanziario - a differenza di Firenze e di Venezia. (…)

Mancano però compagnie e aziende capaci di competere con i grandi mercanti banchieri fiorentini, genovesi, veneziani. In compenso, lungo le numerose e frequentate vie di traffico che collegavano Milano ai territori d'oltralpe, e alla riviera ligure, si snodavano le carovane di mercanti oltramontani. (…)


Era questa una prosperità che, sia per le attività agricole che per quelle economiche e mercantili si rifletteva con effetti benefici, creando un circuito virtuoso, in tutto il territorio, collegato alla capitale dalle numerose strade, e soprattutto da una rete di canali fondamentali per l'irrigazione, ma anche per il trasporto delle merci, e intercalati da tutta una serie di porti. Si affermavano così borghi prosperi e popolosi, come Monza, Treviglio, Abbiate, Galliate, Varese, Gallarate, Lecco, e la prosperità milanese coinvolgeva le città vicine, soprattutto Pavia e Vigevano.(…)

Nella città operavano botteghe tipografiche, si copiavano, si miniavano e si commerciavano manoscritti preziosi, si tenevano scuole di retorica, di latino, di greco. La corte di Ludovico il Moro e della sua sposa, Beatrice d'Este, aveva la fama di essere la più ricca e splendida della penisola, ed è in questo ambiente che operarono Bramante, Amadeo, e altri, in stretto contatto con la corte(…)

Da svariate fonti documentarie, cronachistiche e diplomatiche degli ultimi due decenni del Quattrocento si possono ricavare facilmente notizie su una certa 'disaffezione' dei sudditi, talora su una vera e propria insofferenza dei milanesi verso il duca e verso la dinastia, segno di un profondo distacco fra governanti e governati, per la mancanza di un effettivo coinvolgimento del patriziato e delle grandi famiglie milanesi e lombarde nella gestione della cosa pubblica.(…)

Queste difficoltà rendono comprensibili le cause della crisi, la caduta cioè di Ludovico nel 1499, riconfermata l'anno successivo, dopo un vano tentativo di reazione, con la definitiva sconfitta di Novara. Era la crisi di un organismo politico: di quel principato indigeno autonomo che durava dagli inizi del Trecento, e che allora era stato considerato come l'unica forma di governo possibile per la Lombardia; mentre ora, segno significativo del mutarsi dei tempi, in un'Europa ormai dominata dalle grandi potenze, la Lombardia sembrava destinata a trovare uno stabile assetto politico solo come provincia di una monarchia straniera.(…)

Ritroviamo attive, in questi anni, le grandi famiglie del patriziato milanese e lombardo: casate non prive di mezzi e di influenza, fra le protagoniste anzi delle vicende lombarde e italiane - dai Trivulzio, ai Borromeo, a vari rami dei Visconti. Ma esse appaiono schierate in campi opposti, nei partiti che facevano capo alla Francia o agli imperiali o agli spagnoli; e se il popolo di Milano diede segno, con l'approssimarsi e poi il precipitare della crisi, di una certa volontà di ricompattamento municipale, la sua azione non poté essere che di difesa contro l'oppressione fisica e fiscale degli occupanti; (…)

Le molte energie degli abitanti della città preferirono indirizzarsi a un'intensa attività in campo artigianale, mercantile, agricolo, culturale, religioso e trovarono sbocco in un'azione e in una partecipazione assidua alla vita della società milanese: attività e atteggiamenti che continuarono ad assicurare per molti decenni ancora - sino alla fine del 'lungo Cinquecento' - la prosperità e la coesione della comunità milanese.