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libellula

 

Per vedere il volare con 4 alie, va ne’ fossati e vedrai le pannicole nere
(Codice Atlantico, f. 1051v)

 

Ve lo immaginate Leonardo da Vinci che per approntare la macchina volante si aggira per le rogge intorno a Milano a studiare il volo delle libellule?
Leonardo è stato un uomo voracemente curioso e, nonostante la bibliografia sconfinata che lo riguarda, mancava un testo che ne restituisse il percorso creativo e intellettuale calato nel contesto sociale e ambientale del Ducato di Milano, dove giunse quando aveva trent’anni e dove trascorse, in due riprese, quasi venticinque anni.
Luca Tomìo tratta la materia in maniera meticolosa e con rigore scientifico, sospingendo la ricostruzione storica lontano dagli scogli dei falsi miti, veleggiando verso quel vero Leonardo che è visionario e precursore non solo da artista e da inventore, come Apelle o come Pitagora, ma anche da viaggiatore, come Ulisse, sulle ali di un anelito alla conoscenza che si fa minuziosa, attentissima a posarsi su ogni aspetto della realtà che lo circonda, aperto a luoghi nuovi e nuove culture, come un ‘turista di prossimità’ ante litteram.
Il binomio turismo-cultura associabile alla presenza di Leonardo nel territorio del Ducato di Milano deve necessariamente soddisfare un turismo ormai fattosi molto consapevole e quindi sollecitato da una cultura che deve farsi sì divulgativa, ma non nel senso di ripetitiva, stereotipata, quanto invece sempre alimentata da una ricerca scientifica costantemente in fieri, attuale, aggiornata, capace di ricostruire scenari inediti e quindi suggestivi. La ricerca fa emergere cose nuove e smuove attrattori che attirano visitatori e turisti, nel senso di esploratori della conoscenza.
Dagli studi di Tomìo emerge un lavoro specialistico che produce contenuti che scendono in profondità nella vicenda di Leonardo nel Ducato di Milano, dai cartolai del Cordusio ai fontanili lungo la Martesana, dalle guglie del Duomo alle cime rocciose delle Prealpi lombarde. Dettagli che creano valore aggiunto, creano immaginazione su una base di realtà che è più mirabolante di quella veicolata dai falsi miti che ammantano Leonardo dai tempi del Romanticismo fino alla filmografia contemporanea.
Questo volume vuole essere un invito alla scoperta del territorio metropolitano, un dettagliato viaggio sulle alie della pannicola nera, per guardare con occhi nuovi i paesaggi urbani e naturali della Grande Milano che sono stati i luoghi reali e concreti in cui Leonardo ha trovato le migliori condizioni per esprimere, come scrive Tomìo, parafrasando Giovanni Testori, il genio di un ragazzo fattosi da fiorentino, milanese.

Cosimo Damiano Meleleo
Responsabile del Servizio sistema turistico
della Città metropolitana di Milano

 

 

Scuderie_Arconati

Scuderie, Villa Arconati | Bollate

 

Leonardo nel Ducato di Milano è un progetto avviato con le numerose iniziative che hanno accompagnato nel 2019 le celebrazioni del V centenario della sua morte. La ricerca di Leonardo continua nei luoghi leonardeschi e con gli artisti che ne accolsero il lascito. Le sue opere hanno seguito ognuna un proprio destino, la maggior parte migrate nei grandi musei. Restano a Milano, il Musico e il Codice Atlantico all’Ambrosiana, l’Ultima cena nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. Labili e preziose tracce si stanno ritrovando e valorizzando nella Sala delle asse al Castello Sforzesco, dipinta come una architettura vegetale, una pergola ramificata in alberi di gelso. Al Museo della Scienza nella sezione dedicata a Leonardo, di recente arricchita e riallestita, si trovano i modelli in legno delle sue macchine realizzate dal Genio civile nel 1952-1953.
Nel Ducato di Milano Leonardo passò gli anni più produttivi della sua vita. Vi arrivò nel 1482. Aveva trent’anni quando si presentò al Signore di Milano, Ludovico Sforza detto il Moro, in una sua lettera curriculum vitae in 10 punti, esperto soprattutto di macchine militari, ponti, argini, gallerie, artiglierie, bombarde, tutte sue invenzioni da offrire in tempi di guerra e per ultimo come scultore e pittore nei tempi di pace. Rimase nel Ducato fino al 1499, per poi tornarvi negli anni della dominazione francese dal 1506 al 1513, chiamato dal governatore Carlo d’Amboise e nominato peintre ordinaire et ingénieur del re di Francia. Furono anni fruttuosi.
La sua prima opera milanese gli venne commissionata dalla Confraternita dell’Immacolata Concezione. Era la Vergine delle rocce per una cappella nella chiesa di San Francesco Grande. All’Archivio di Stato si conserva la firma autografa Io Lionardo da Vinci scritta da destra verso sinistra nel contratto del 25 aprile 1483 per la Vergine delle rocce. Leonardo frequentava la corte di Ludovico il Moro. Di quegli anni sono i famosi ritratti: il Musico (1485 ca.) dell’Ambrosiana, la Dama con l’ermellino (1486-1488) ritratto dell’amante del Moro, Cecilia Gallerani, esposto nel castello di Wawel a Cracovia, la Madonna Litta (1490 ca.) all’Ermitage di San Pietroburgo (di attribuzione oggi discussa) e la Belle Ferronnière (1494-1495) al Louvre.
Leonardo a Milano entra in contatto con i maggiori architetti dell’epoca, Bramante, Francesco di Giorgio Martini, Luca Fancelli, Giuliano da Sangallo, interpellato insieme a loro per il tiburio del Duomo (1487-1489), per il quale fornisce un modello e diversi disegni. Viene incaricato dell’abbellimento della residenza sforzesca nel Castello (Sala delle asse) e avvia il grandioso progetto per il monumento equestre in bronzo a Francesco Sforza, di cui fornisce modelli in cera e in terracotta senza riuscire a passare alla sua fusione in bronzo (1493). Per i domenicani di Santa Maria delle Grazie dipinge la parete nord del refettorio con l’Ultima cena, completata nel 1498. Leonardo aveva visto sorgere accanto il capolavoro bramantesco del mausoleo degli Sforza, la tribuna di Santa Maria delle Grazie. Qui passa diversi anni, concedendosi pause e riflessioni. Qui si può visitare e percorrere lo stanzone lungo più di 35 metri del Cenacolo vinciano. La prospettiva del dipinto porta a vedere questa rivoluzionaria pittura come un’opera cinematografica in movimento che sfonda in profondità la parete. Essa dapprima si allontana poi si avvicina in un tutt’uno con la prospettiva e la luce. In fondo il paesaggio lontano che si intravede oltre le finestre, lo spazio della sala, il soffitto, gli arazzi appesi ai lati, poi i dodici apostoli in gruppi di tre ai due lati di Cristo e la tavola domestica in primo piano. Il visitatore partecipa all’evento universale reso realistico e umano nel trasalimento degli apostoli suscitato dalle parole di Cristo. Ne coglie le reazioni dei moti dell’anima, nella mimica dei volti e delle mani, in una immersione fisica emanata da Cristo al centro della prospettiva. L’esperienza di visita del Cenacolo è unica.
Leonardo si dedica agli studi di idraulica per la sistemazione dei canali d’acqua della Martesana e per rendere navigabile l’Adda tra Lecco e Milano. Instaura un sodalizio matematico con Luca Pacioli che finisce a Milano il De Divina Proportione, illustrata da Leonardo, una copia del manoscritto è alla Biblioteca Ambrosiana. Forma gli artisti che per primi saranno influenzati dalla sua opera, i leonardeschi, Francesco Napoletano, Marco d’Oggiono, Boltraffio, Salai, Giampietrino, Cesare da Sesto, Andrea Solario, Bernardino Luini e infine Francesco Melzi, che lo seguì in Francia e gli rimase vicino fino alla morte all’età di 67 anni, il 2 maggio 1519 ad Amboise.
Oltre che a Milano le sue tracce ci conducono a Pavia, Vigevano, Vaprio d’Adda lungo le vie d’acqua. Nei suoi soggiorni con Francesco Melzi a Vaprio ritraeva paesaggi d’acqua che oggi dalla terrazza della Villa Melzi si riconoscono uguali a come erano ritratti allora da Leonardo. Nella celebre pianta di Milano (f. 199v del Codice Atlantico), immaginava l’espansione radiocentrica della città intorno al suo centro dove era l’antico foro della Mediolanum romana. Disegna la chiesa e la cripta di San Sepolcro, nell’umbilicus di Milano e, con Bramante e Giuliano da Sangallo, la basilica di San Lorenzo. Progetta chiese e mausolei a pianta centrale, città percorribili sopra e sotto attraversate da gallerie metropolitane. Si dedica agli studi di anatomia, di geologia, idrografia, architettura e urbanistica. Dipinge Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino (1507-1513) del Louvre, e la seconda versione della Vergine delle Rocce (1493-94/1506-08) della National Gallery di Londra. Nella Sant’Anna e la Vergine, la torsione dei corpi, il panneggio rimandano da vicino alle statue antiche delle Muse ritrovate a Villa Adriana che egli visita negli anni del suo soggiorno a Roma, forse in compagnia di Bramante che aveva conosciuto da vicino a Milano. E certo dovette restare impressionato da quei ruderi maestosi ed estesi esplorandone i percorsi sotterranei dei criptoportici che attraversano la villa, a somiglianza delle sue città ideali e avveniristiche del Ms. B di Parigi.
Leonardo lasciava spesso Milano per rifugiarsi a Vaprio d’Adda, ospite nella villa del fedelissimo allievo e amico Francesco Melzi, il bel fanciullo, che Vasari ricorda, amato da Leonardo. Le scale e le spalliere digradanti della villa affacciate sull’Adda potrebbero essere state realizzate su studi di Leonardo. Melzi lo accompagnò nelle sue peregrinazioni a Roma e poi in Francia fino alla morte, divenendo l’erede di tutti i suoi manoscritti.
È difficile crederlo ma quei libri manoscritti di appunti e disegni, che Melzi conservò come preziose reliquie del suo amato maestro, corsero ben presto il rischio di essere dispersi e molti lo furono; recuperati in parte da Giovanni Ambrogio Mazenta, poi in possesso di Pompeo Leoni che abitava nella casa degli Omenoni a Milano (molti li porta in Spagna), passarono già non tutti e già smembrati a Galeazzo Arconati e per un po’ stettero nella sua villa a Bollate (Villa Arconati) e poi in Ambrosiana. Diciotto erano i libri elencati da Francesco Melzi alla morte di Leonardo. Alla conta ne mancano molti, una decina almeno. Il Codice Atlantico conservato all’Ambrosiana è quello di più grande formato (65 x 44 cm, 1750 tra fogli e disegni), tipo atlante da cui il nome atlantico, i cui fogli sono esposti a rotazione nella sala dedicata nella Pinacoteca Ambrosiana. Come esplosa, l’eredità dei preziosi manoscritti ha viaggiato nel mondo e raggiunto altre mete, i Codici Arundel, Leicester, Windsor, Forster, quelli di Parigi, il Codice del volo a Torino e il celeberrimo homo ad circulum di 35 x 26 cm alle Gallerie dell’Accademia a Venezia. Così i dipinti su tavola.
Il libro Leonardo nel Ducato di Milano di Luca Tomìo ci accompagna in questo viaggio esplorativo nelle pieghe della vita e delle opere di Leonardo. Ho accolto con favore la proposta da parte di Città metropolitana di Milano di un progetto proiettato a future iniziative, che trova in questo libro una tappa conoscitiva, divulgativa e di valorizzazione dei luoghi frequentati da Leonardo. Il progetto inoltre contiene e apre a scambi con partner culturali internazionali come il prestigiosissimo Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Il libro è destinato a un pubblico di lettori ampio, non solo di addetti ai lavori di cerchia accademica. Traccia un quadro storico di quegli anni di particolare congiuntura favorevole per le arti, che vide gli Sforza emergere per poi sprofondare repentinamente con la caduta del Moro nel 1499. Il Ducato accolse Leonardo e Bramante nei circoli dei nuovi cultori delle arti e della letteratura, tra donne alla moda, intraprendenti milanesi, avventurieri in cerca di fortuna e congiure in agguato. Il Ducato era aperto a prendere il meglio del tempo. I Medici e i Montefeltro vi facevano tappa e con loro portavano i loro artisti. Non facile doveva essere comprendere appieno la portata delle novità che Leonardo proponeva in modo dirompente in tutti i campi, difficile stargli dietro. I suoi allievi, l’atelier di artisti intorno a Leonardo, forse un’accademia, ne diffusero la nuova sensibilità e rivoluzione della pittura.
Visitare i luoghi leonardeschi di Milano, del suo territorio e delle sue acque, è ricercarne le tracce che ci avvicinano al suo genio, versatile e poliedrico.
Opere e scritti arricchiscono collezioni e musei, sparsi in varie parti del mondo. Nonostante tanto sia stato scritto, non tutto è noto di Leonardo. La ricerca continua.

Antonella Ranaldi
Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio
per la città metropolitana di Milano

 

 

Villa_Melzi

Villa Melzi | Vaprio d'Adda

 

La forte attrattività di Milano e del suo territorio metropolitano dopo l’exploit di Expo del 2015 è stata messa in seria crisi dalla pandemia Covid-19. Per rilanciare il settore turistico nell’area metropolitana occorre orientare gli sforzi per differenziarlo dalla vocazione di tipo ‘business’ e, soprattutto, per scongiurare le conseguenze negative generate dal fenomeno dell’overtourism (fenomeno verificatosi in periodo pre-Covid). E’ necessario indirizzare l’attrattività del capoluogo con la promozione di sistemi di fruizione turistica diffusa, basati sul rilancio delle vocazioni dei luoghi, attraverso la valorizzazione integrata delle aree metropolitane di attrazione, affinché la sostenibilità e il miglioramento delle infrastrutture, maggiormente green oriented, possano svolgere un ruolo primario.
Per il post-pandemia l’opportunità di una ripartenza può certamente essere rappresentata dalla cultura, quale fattore trainante per lo sviluppo economico -in chiave turistica- a breve e medio termine.
In questo contesto il Servizio del Sistema Turistico di Città metropolitana di Milano, in stretta collaborazione con le altre istituzioni milanesi, grazie al protocollo d’intesa siglato con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano, si sta impegnando nell’avvio di azioni sinergiche protese alla valorizzazione delle potenzialità del territorio della Grande Milano, sia stimolando il turismo di prossimità, sia cercando di attrarre l’interesse internazionale per l’incremento dei flussi d’incoming. E ciò, non solo utilizzando al meglio le importanti realtà museali presenti nel cuore di Milano ma anche promuovendo attrattori turistici come i Cammini religiosi, i siti storici e le Ville di Delizia, il sistema navigabile della Rete dei Navigli metropolitani milanesi, dando concreta realizzazione alla necessità di coniugare arte, cultura e paesaggio, favorendo così una relazione più coesa tra l’area urbana e l’area rurale. Tale accresciuta fruibilità eco-turistica del territorio legata ai parchi urbani e regionali, ciclovie e percorsi storico-religiosi, costituisce per Milano e la sua area metropolitana la strategia futura per generare un indotto produttivo e turistico a basso impatto ambientale.
E’ per tali finalità, ed in continuità con le azioni intraprese a partire dall’ottobre 2018, che Città metropolitana di Milano ha stretto un sodalizio con lo storico dell’arte Luca Tomìo -milanese di nascita e formazione- proponendo al grande pubblico appassionato di arte una serie di eventi sul tema che lega Leonardo da Vinci al territorio dell’area vasta milanese.
Un itinerario ideale che si è via via sviluppato coinvolgendo numerosi enti ed istituzioni delle comunità locali e della Lombardia sul tema del paesaggio lombardo nelle opere d’arte del Genio Universale e nelle sue visionarie e straordinarie invenzioni.
Leonardo da Vinci ha inciso fortemente sull’attuale fisionomia urbanistica di Milano come (poli)centro aggregatore di un territorio molto più vasto della sua antica cerchia interna, che ha trovato sviluppo lungo le vie d’acqua di quei Navigli che hanno fatto del Ducato di Milano il fulcro effettivo della rete fluviale che collega i maggiori fiumi e bacini lombardi. Direttrici di sviluppo economico ma anche veri e propri itinerari turistici che devono oggi saper congiungere la grande potenzialità dell’ampio territorio metropolitano milanese con i paesaggi delle altre province della pianura e delle Prealpi lombarde, abilmente riprodotte da Leonardo negli sfondi dei suoi dipinti più noti.
Il presente volume va proprio in tale direzione: uno strumento scientifico a servizio della cultura per la divulgazione e valorizzazione territoriale. Un impegno proteso al rafforzamento identitario dei luoghi, minuziosamente osservati e descritti da Leonardo, che concorre alla riappropriazione del territorio da parte dei suoi abitanti. Con l’auspicio che la lettura di queste pagine, pregne di incantevoli dettagli leonardiani, contribuisca alla riscoperta dei nostri luoghi e di quanto essi siano vitali, ricchi di relazioni, progettualità, memoria.

Dario Parravicini
Direttore d’Area sviluppo economico
della Città metropolitana di Milano

 

 

Leo

Monumento a Leonardo da Vinci | Piazza della Scala | Milano

 

VERSO IL VERO LEONARDO
Luca Tomìo

C’è stato un tempo aurorale in cui Leonardo, come scriveva Augusto Marinoni, il più illustre degli studiosi vinciani, esisteva solo nell’immagine mitica del genio universale e precursore.
Un mito romantico e visionario, quasi come quello di Frankenstein, oscillante tra l’esoterismo magico e i prodromi della scienza moderna, su cui gli uomini alle soglie dell’era del progresso proiettavano timori e speranze, dando corpo all’effimero simulacro di un nuovo Prometeo.
Grazie all’affermarsi del metodo storico, che ha per fondamento il lavoro di studiosi come Gustavo Uzielli o Luca Beltrami, tra fine Ottocento e inizio Novecento è stata invece avviata una radicale revisione di approccio per ridare luce al vero Leonardo, squarciando il velo di quell’entusiastica mistificazione, riaccesa nel mito del genio italico sotto il Fascismo, in cui paradossalmente si radica però tuttora la percezione planetaria e massmediatica di Leonardo inteso come modello insuperabile di Genio Universale. Come già annotava Wilhelm Suida nel 1929 e al di là di ogni auspicato rigore filologico, bisogna comunque sempre fare i conti con il fatto che la grande opera d’arte non è passato, bensì presente, corpo celeste intorno al quale ruotano secoli di osservatori. Una verità di cui Leonardo stesso era perfettamente consapevole, quando, al cospetto dell’eternità e dei posteri, si autodefiniva perfetto vivo, cosciente, ancor prima di Martin Heidegger, e di Andy Warhol, che l’Essenza della modernità è la conquista del mondo risolta in immagine.
Una revisione scientifica demitizzante, verso il vero Leonardo, come scriveva Carlo Bertelli ancora nel 1982, che si fonda su quelle certezze documentarie che puntellano ogni ricostruzione che voglia essere fondatamente filologica e storica, ma che mai devono essere usate come argine ipercritico a quello che nella storia dell’arte deve restare il fondamento della connoisseurship, ovvero quell’analisi stilistica, il potere discriminatorio dello sguardo di Federico Zeri, che purtuttavia, per scandagliare a fondo l’opera di Leonardo, usata come unica risorsa resta un’arma spuntata, perché Leonardo non può e non deve mai essere ridimensionato a mero pittore, anche se eccelso.
La longhiana difficoltà di Leonardo risiede nel fatto che i suoi interessi spaziavano, anche attraverso la pittura, ad ogni altro campo dello scibile umano, così come scrive di suo pugno il 23 aprile 1490: il pittore che ritrae per pratica e giudizio d’occhio senza ragione è come lo specchio che in sé imita tutte le a sé contrapposte cose, sanza cognizione d’esse. L’urgenza della sua perpetua ricerca del sapere filtrato dalla sperienzia non risiede solo nell’obiettivo di acquisire la vera notizia della forma delle cose, ma anche di comprenderne le ragioni interne, le cause stesse dei fenomeni, e di qui il fondamento di una ricerca sempre in bilico tra invenzione e applicazione, ma sempre ancorata al dato di realtà, anche quando si cimenta in scampoli letterari: la sperienzia, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, ne ‘nsegna ciò che essa natura in fra mortali adopera da necessità constretta, non altrimenti operar si possa che la ragione, suo timone, operare le ‘nsegni.
Dal mito romantico all’illusione positivista, passando per il rifiuto di Longhi e Berenson, attraverso Leonardo la storia dell’arte si è atteggiata a scienza giovane, incerta, alla costante ricerca di punti fermi. Solo in tempi recenti, con l’introduzione delle indagini diagnostiche, si sta prendendo consapevolezza di quanto i documenti d’archivio siano sì importanti ma mai quanto lo studio della genesi materiale di un’opera, intrinseca oggettività che assurge a privilegiato campo d’indagine dello storico dell’arte, che però, da un estremo all’altro, deve avvalersi delle tecniche di laboratorio, non assolutizzarle.
Genesi materiale dell’opera, verifica documentaria e minuziosa ricostruzione del contesto storico sono gli strumenti a disposizione di una storia dell’arte che voglia farsi vera scienzia, sempre meno solo possibilistica, se non aleatoria, per non soccombere ad approssimativi pareri estetizzanti, ipercriticismi, negazioni preconcette e obsolete nozioni reiterate in maniera acritica. Anche se lo storico dell’arte non è solo un filologo che pensa, come avrebbe detto Nietsche, ma uno storico in cui ogni tanto brillano delle intuizioni visive, ed è questa la sua vera peculiarità, derivata dalla lunga frequentazione con lo sguardo che ogni artista ha saputo tradurre in uno stile inconfondibilmente proprio.
Un evento storico, anche un’opera d’arte quindi, devono comunque essere perimetrati con sempre maggiore precisione filologica, proprio perché si concretizzano sempre in un contesto altamente complesso, che bisogna necessariamente ricostruire sotto ogni punto di vista, facendo convergere il maggior numero possibile di modelli di indagine e di verifica.
In assenza di documenti o dati oggettivi che ci possano fornire dati incontrovertibili, la storia dell’arte deve innanzitutto porsi delle domande, scandagliando il contesto in cui le opere sono state elaborate e comunque tentare di darsi delle risposte circa il loro senso. Risposta che risulterà il meno congetturale possibile in proporzione alla quantità e alla qualità degli elementi materiali e documentari che intervengono a determinarla, lasciandola, come in tutti i protocolli scientifici, sempre aperta al sopravvenire di nuovi dati e conseguenti nuove riformulazioni. Un buon libro, che non si limiti ad essere solo autoreferenziale, cattedratico, si giudica non solo dalle risposte che riesce a dare agli interrogativi della storia ma anche dalla qualità delle domande che è in grado di suscitare.
Leonardo è un fenomeno molto più complesso di quanto il succedersi della critica ci abbia voluto restituire, tra contributi che oscillano tra storia dell’arte pura e storia della scienza, e, che ancor da prima gli hanno conferito il ruolo più di mago che di scienziato, quindi più di artista che di ingegnere, e con buona pace di Roberto Longhi, del più meticoloso dei pittori di naturale, anche se connotato da una difficoltà che lo ha reso ai più inafferrabile. Leonardo non corrisponde a nessuna di queste categorizzazioni, perché in lui le singole funzioni interagiscono simultaneamente, indissolubili e inframmentabili nei tanti singoli punti di vista in cui si tende a suddividere la sua attività, utili magari per fissare metodologicamente dei micro-ambiti d’indagine, ma che bisogna cercare di ricomporre nel continuum che è stata la sua vita, passo dopo passo finalizzata all’autodeterminazione di una personalità che si è voluta tenacemente votare alla conoscenza della macchina del mondo: come scriveva di suo pugno, non si volta chi è a stella fisso.
Non esiste mai un confine netto che separa Leonardo progettista di macchine belliche da Leonardo che si dedica alla botanica, l’anatomista dal geologo, il precursore dell’aviazione dal costruttore di specchi ustori, tanto da fargli annotare che ogni corpo dimanda le sue membra e ogni arte dimanda i sua strumenti. Esistono sì in Leonardo dei macro campi di interesse teorico e di applicazione pratica, pittore, scultore, architetto, ingegnere e naturalista, ma che pur nella loro progressiva evoluzione convivono sempre nello stesso individuo simultaneamente, in uno sviluppo diacronico che bisogna saper ricostruire nella sua intricata complessità, in maniera dettagliata, puntuale, oggettiva, nella direzione della sintesi recentemente elaborata da Carmen Bambach.
Sgombrato il campo dalle assolutizzazioni e dalle semplificazioni, e grazie allo studio serrato di generazioni di studiosi vinciani, è giunto il tempo di sgombrare il campo dagli studi tematici frammentari e dedicarsi invece alla meticolosa ricostruzione del percorso creativo e conoscitivo di Leonardo, passo dopo passo, giorno dopo giorno, nel contesto del tempo e della società in cui si è trovato a vivere. E’ questa evoluzione simultanea che ci interessa, perché il pensiero e il fare di Leonardo evolvono e si modificano nel tempo, e nel suo di tempo, come per tutti gli umanisti, dimostra di aver vissuto in bilico tra il sapere degli antichi e lo sguardo nuovo di un moderno, concentrando gran parte della propria impresa artistica e conoscitiva nei quasi venticinque anni che in due riprese lo videro attivo nel Ducato di Milano, dove ha trovato le condizioni più favorevoli alla propria multiforme attività, avviata in giovinezza nella Firenze di Lorenzo il Magnifico.
Poco prima di giungere nella città dominata da Ludovico il Moro, nel febbraio 1482, alla fine del periodo vissuto all’insegna di artisti poliedrici suoi precursori, come Ghiberti, Brunelleschi, Verrocchio, i fratelli Pollaiolo e Leon Battista Alberti, Leonardo aveva già individuato, come fari nella notte, due campioni assoluti della curiosità umana, Ulisse e Pitagora, mediati dalla lettura delle Metamorfosi di Ovidio, i cui brani di riferimento aveva annotato su di un foglietto da tenere in tasca, come una sorta di talismano laico. Identificandosi in Ulisse e Pitagora, Leonardo ci dice di essere un uomo curioso, certamente figlio del suo tempo, ma più di ogni altro uomo del suo tempo votato a quella sete di conoscenza che, al di là di ogni sovrastruttura, costituisce la più autentica caratteristica della nostra specie, fin dai primordi, come scrive Aristotele all’inizio della Metafisica, ripreso da Dante nell’incipit del Convivio e a sua volta citato a braccio da Leonardo in un appunto del 1490: naturalmente gli omini boni desiderano sapere.
Leonardo è proprio un uomo buono, nell’accezione che viene conferita nel Convivio di Dante. Un artista che nel Ducato trova il terreno culturale, produttivo e sociale favorevole per quelle svariate applicazioni della conoscenza che esercita in qualità di ingegnere civile e militare, architetto, scultore e pittore, ma che trovano forma anche in quella professione di lettere che aveva avviato soltanto arrivando a Milano, per rivendicare il ruolo scientifico della pittura e per pubblicare il proprio sapere, ma che aveva coltivato anche nella dimensione più intima della riflessione filosofica e della passione letteraria.
Leonardo come stereotipo culturale interessa solo all’industria editoriale e cinematografica di massa, così come riducendolo a mero pittore si svicola dalla complessità dell’archimedeo ingegno di cui era dotato. In questo senso non è nostra intenzione riaccendere il mito del precursore, ma dai suoi appunti e dalle sue opere, quelle a cui ci siamo principalmente attenuti e ancorati per questa nostra ricostruzione della sua personalità a Milano, emerge con chiarezza un Leonardo che travalica i limiti professionali che si erano imposti Leon Battista Alberti o Francesco di Giorgio Martini. Nel suo afflato gnoseologico, sia nelle domande che si pone che nelle risposte che cerca di darsi, Leonardo travalica i limiti del mero ingegnere o dell’artista, per porsi davvero quale precursore di interrogativi da pensatore e di natura scientifica, dall’anatomia alla geologia e che al massimo grado diventano cosmologici, anticipando sia Galileo Galilei, quando a Roma inforca due lenti per disegnare la superficie lunare, sia Isaac Newton, quando si chiede quale forza trattenga la Luna dal precipitare sulla Terra.
Quello che lascia Firenze nel febbraio del 1482 è un talentuoso pittore che muove i primi passi in autonomia. Quello che lascia Milano nel dicembre 1499 è un artista che ha ormai eguagliato i grandi artisti del mondo classico, Apelle e Policleto, ma anche il primo uomo moderno che si è dedicato ad elevare l’arte a forma di conoscenza assoluta, finalizzata al dominio dell’uomo sulle cose del mondo, al controllo dell’inconoscibile: la pittura costringe la mente del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura e si fa interprete infra essa natura e l’arte.
Quando seppi dell’incarico di dover redigere questo volume sull’attività di Leonardo a Milano, che è anche la città dove sono nato, cresciuto e ho studiato, mi ripromisi che partendo dalla più minuziosa conoscenza dei singoli dettagli del suo lavoro e del suo pensiero avrei fatto il possibile per restituire non la mia idea di Leonardo, trabocchetto in cui molti studiosi sono caduti, ma il più possibile la fisionomia del vero Leonardo, e in questo senso il mio pensiero è andato, oltre a tutti gli studiosi che mia hanno preceduto in questa faticosa ricostruzione, in particolar modo, per affetto, ad un volume curato da Ladislao Reti nel 1974 e che nella versione inglese portava il titolo di The unknown Leonardo. Un libro dalla copertina telata di rosso che mi aveva affascinato da bambino per la sincronicità con cui viene ricostruita la complessità del lavoro di Leonardo e che ora mi accompagna come modello caledoscopico d’antan nel mio lavoro di studioso, consapevole che non dobbiamo mai fermarci davanti a ciò che non sappiamo ma anzi usare i limiti della conoscenza come stimolo per andare oltre, per elaborare sempre nuove forme di conoscenza, anche con il rischio di commettere degli errori, anche spingendosi al limite estremo della temerarietà. Anche se più forte della paura di sbagliare deve essere la volontà di voler capire quali sono state le condizioni storiche che hanno determinato quell’eccellenza di Milano nell’unità sistemica di arte e scienza che perdura attraverso i secoli e di cui Leonardo è stata solo una verifica che assurge a fulgido esempio di tutte quelle poliedriche professionalità del passato, da Luca Beltrami a Gio’ Ponti, e delle tante altre possibili, in tutti i campi del sapere e delle arti, nel presente e nel futuro della nostra città fucina di talenti.
Ogni uomo, anche il più eccezionale, si manifesta come verifica delle possibilità che derivano dal contesto con cui interagisce. Ogni rinascimento con cui gli italiani hanno saputo reagire con coraggio e creatività ad ogni default della storia non è mai un fenomeno da ascrivere ad un singolo individuo, ma sociale, determinato politicamente, frutto della cooperazione dell’intera collettività e fondato sulla competenza che diventa eccellenza, strenuamente consapevoli, come scriveva Isaac Newton, che ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un mare.

 

Ultimo aggiornamento: 07 June 2021
Data creazione: 12 January 2021

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